
Rielaborazione da: Fedra di Alexandre Cabanel
“Zeus, perché hai dunque messo tra gli uomini un ambiguo malanno, portando le donne alla luce del sole?”
Fedra, la vergogna del desiderio
Se chiedessimo di riassumere Fedra in una sola frase, probabilmente la risposta sarebbe sempre la stessa: la donna che si innamorò del proprio figliastro. È così che il mito è giunto fino a noi. Eppure, ridurre la tragedia di Fedra all’incesto significa non comprenderla. Il cuore del racconto non è l’oggetto del desiderio, ma il conflitto tra il desiderio e l’immagine di sé. Fedra non è una seduttrice né una donna travolta da una passione che accoglie dentro di sé. Al contrario, è la regina che tenta disperatamente di resistere a un sentimento che giudica intollerabile.
La sua tragedia nasce proprio da questa lacerazione: sapere ciò che è giusto e non riuscire più a riconoscersi in ciò che prova.
Per questo, dopo più di duemila anni, Fedra continua a parlarci. Non perché la sua storia sia scandalosa, ma perché racconta un’esperienza profondamente umana: il momento in cui il desiderio incrina l’identità e costringe a confrontarsi con una parte di sé che si vorrebbe negare.
La stirpe maledetta del Sole
Per comprendere Fedra, occorre tornare alle sue origini. Figlia di Minosse e di Pasifae, appartiene alla tormentata dinastia in cui le donne portano con sé la condanna di essere travolte da passioni amorose incontrollabili e spesso tragiche, un destino che segnerà la stessa Fedra. Per vendicarsi di un torto subito da Minosse, il dio Poseidone, a cui era stata promesso invano il sacrificio di un toro bianco, si vendica facendo innamorare follemente di un toro la moglie di questi, Pasifae. Dall’unione mostruosa nascerà il Minotauro.
Fedra cresce nel palazzo di Cnosso insieme alla sorella Arianna, all'ombra del Labirinto costruito per nascondere il mostruoso fratellastro. La svolta nella sua vita avviene con l'arrivo dell'eroe ateniese Teseo, giunto a Creta per uccidere il Minotauro. Arianna aiuta Teseo a fuggire dal Labirinto, ma viene successivamente abbandonata dall'eroe sull'isola di Nasso. Alla fine, Teseo sposerà la sorella di Arianna, Fedra, più giovane e seducente.
Molti studiosi hanno visto in questo mito la vittoria del patriarcato ellenico e la scomparsa del culto agrario minoico, attraverso una progressiva storpiatura delle figure sacre, un tempo venerate come simbolo di fertilità. Per i vincitori micenei, Creta è una terra segnata da passioni travolgenti, mostri e punizioni divine.
La tragedia: Ippolito
Pur intitolandosi Ippolito, il giovane che pagherà con la vita la sua incapacità di bilanciarsi tra gli opposti della castità e dell’eros, la tragedia ruota intorno al dramma interiore di Fedra.
La tragedia, scritta da Euripide e rappresentata ad Atene nel 428 a. C., si apre con un prologo insolito. A parlare è Afrodite, che annuncia fin dall’inizio il destino dei protagonisti. La dea non agisce per semplice crudeltà; vuole punire Ippolito, giovane casto e devoto ad Artemide, colpevole di disprezzare l’amore e rifiutare il culto della dea. Il conflitto non nasce dunque da un sentimento spontaneo, ma dall’urto tra due potenze divine. Da una parte Artemide, dea della verginità, della caccia e della purezza; dall’altra Afrodite, signora dell’amore e del desiderio. Ippolito sceglie una sola delle due e pretende di vivere come se l’altra non esistesse. È questo il suo errore.
Per il mondo greco nessuna forza dell'esistenza può essere negata senza conseguenze. La virtù non consiste nell'eliminare il desiderio, ma nel riconoscerne l'esistenza e nel mantenerlo entro una misura. È il principio della sophrosyne, l'equilibrio che rifugge ogni eccesso.
Ippolito, invece, vuole essere puro in modo assoluto. Ed è proprio questa purezza assoluta a renderlo tragicamente vulnerabile.
Afrodite sceglie allora Fedra come strumento della propria vendetta.
Ma Fedra non accoglie il desiderio. Lo combatte. Quando entra in scena è già consumata da un male misterioso. Digiuna e desidera soltanto morire. La nutrice cerca invano di comprenderne la causa, finché la regina, sopraffatta, pronuncia la verità che avrebbe voluto portare con sé nella tomba.
Non è ancora la donna della passione sfrenata; è una donna che prova vergogna, una vergogna così profonda da preferire la morte alla confessione. Ed è qui che Euripide compie qualcosa di straordinario. Il conflitto interiore assume una profondità nuova e diventa il centro della tragedia.
Fedra conosce il bene. Sa quale comportamento sarebbe giusto. Eppure scopre che il desiderio non obbedisce alla volontà.
Noi sappiamo ciò che è bene, lo conosciamo, ma non ci impegniamo a realizzarlo, alcuni per pigrizia, altri perché all’eccellenza preferiscono qualche altro piacere.
È la nutrice a rivelare a Ippolito la passione della matrigna. A ciò segue la celebre invettiva di Ippolito che condensa tutte le opinioni misogine della Grecia classica:
Zeus, perché hai dunque messo tra gli uomini un ambiguo malanno, portando le donne alla luce del sole? Se proprio volevi seminare la stirpe dei mortali, non dalle donne dovevi produrla: ma gli uomini comprassero il seme dei figli, depositando in cambio nei suoi templi oro o ferro o peso di bronzo… Chi si è preso questa terribile genia in casa gode, sciagurato! a ricoprire questo idolo maligno con ornamenti e vestiti, consumando le ricchezze della casa… La cosa migliore è l’aver in casa una donna da nulla, ma almeno inutile nella sua stupidità… Possiate perire! Non sarò mai sazio di esecrare le donne… esse sono sempre scellerate.
Di ritorno da un pellegrinaggio, Teseo viene informato della morte di Fedra e trova tra le dita della sposa una tavoletta in cui la donna accusa il figliastro di averle fatto violenza. Ippolito muore, dopo essere stato sbalzato da un carro, a opera di un’ondata improvvisa, enorme, suscitata da Poseidone.
Le molte vite di Fedra
Il mito di Fedra ha attraversato i secoli, continuando a trasformarsi e ad adattarsi a sensibilità e culture diverse. Se la figura della regina continua ancora oggi a vivere nell'immaginario artistico e letterario, è perché incarna non tanto una forza ancestrale, quanto una delle esperienze più profonde dell'esistenza umana. Fedra è il desiderio quando diventa totalizzante.
La Phaedra di Seneca
Una prima versione dell’Ippolito, nella quale Fedra dichiarava apertamente il proprio amore al figliastro, suscitò scandalo e indusse Euripide a rielaborare la vicenda. In ambito latino, tra il 62 e il 65 d.C., Seneca tornò invece a presentare una Fedra che, spinta dal furor, confessa direttamente a Ippolito la propria passione.
Il filosofo latino elimina la presenza scenica delle due divinità. Il conflitto, che in Euripide si manifesta attraverso l'opposizione tra Afrodite e Artemide, si trasferisce nell'interiorità della protagonista. La tragedia diventa così una riflessione sull'humanitas, nella quale l'esito morale dipende dalle scelte dell'uomo più che dall'intervento degli dèi.
Nella prospettiva stoica di Seneca il male non può essere eliminato, ma può essere contrastato attraverso l'esercizio della ragione e della virtù.
Da questo punto di vista, la tragedia si spoglia del ruolo divino per introdurre l’antitesi ratio/furor, prima ridotta a scontro inter-personale di due psicologie, Ippolito e Fedra, poi interiorizzata nel conflitto intra-personale della protagonista.
La Phèdre di Racine
Se Seneca porta il conflitto dall'Olimpo all'interiorità dell'uomo, Racine lo trasforma definitivamente in un dramma della coscienza.
Bisogna attendere il 1677 per incontrare un'altra grande reinterpretazione del mito. Con la Phèdre di Jean Racine, la tragedia greca entra nella cultura della Francia di Luigi XIV e viene riletta alla luce della morale cattolica e della sensibilità moderna. Non mancarono le critiche: alcuni contemporanei rimproverarono all'autore di aver attribuito ai personaggi antichi una psicologia troppo "francese". Eppure proprio questa scelta fece della Phèdre uno dei capolavori assoluti del teatro europeo, destinato a oscurare, per secoli, le precedenti riscritture del mito.
Partendo da Euripide e da Seneca, Racine costruisce una tragedia nella quale il conflitto non è più affidato agli dèi, ma alla coscienza. Afrodite e Artemide scompaiono dalla scena: il dualismo tra desiderio e virtù si trasferisce interamente nell'interiorità della protagonista. Il dramma viene così reinterpretato secondo la sensibilità del Seicento, dove il desiderio assume i tratti del peccato e la virtù quelli della morale cristiana.
Come è stato osservato, nella Phèdre di Racine “concorrono in grado notevolissimo passione smisurata e severa analisi”. La protagonista non è soltanto travolta dal desiderio: lo osserva, lo giudica, lo condanna senza riuscire a liberarsene. È questa continua tensione tra passione e coscienza a rendere la sua figura straordinariamente moderna.
Conclusione
Fedra vive mille vite, nei Poems and Ballads di Swinburne del 1866 in cui l’eroina è ora una donna senza scrupoli, dalla dilagante e sfrenata forza erotica; in quelle di d’Annunzio che, nel 1909, presenta una Fedra fatal, uscita più dalle pagine del Piacere che dal mito classico; e nel secolo scorso, in Fedra o la disperazione di Marguerite Yourcenar, una prosa lirica che rilegge il mito classico in chiave passionale ed esistenziale. Per non parlare di Marina Cvetaeva, Miguel de Unamuno, Yannis Ritsos…
Il mito cambia, ma la domanda rimane.
Che cosa accade quando una parte di noi, inattesa e inaccettabile, incrina l'immagine che abbiamo costruito di noi stessi?
Letture consigliate
Euripide, Ippolito
Seneca, Fedra
Jean Racine, Fedra
Marguerite Yourcenar, Fedra o Della disperazione, in Fuochi
Eva Cantarella, L'ambiguo malanno

Il respiro ovale
Rilassa tutti i muscoli del viso. Lascia per qualche istante ciò che è fuori di te e osserva la calma e la regolarità del respiro.
Visualizza un grande canale interno che attraversa il busto dalla base fino alla sommità del capo.
Inspirando, immagina di assorbire energia dalla terra e di farla salire lungo il canale fino alla radice del naso. Espirando, accompagna il soffio che scende descrivendo una grande curva ovale, fino a tornare alla base.
Continua così per alcuni minuti, seguendo con l'attenzione questo movimento circolare che, a ogni respiro, ritorna alla terra per attingere nuova energia.

